Il Modello 231 è il sistema di regole e controlli con cui un’azienda previene i reati commessi nel proprio interesse e, davanti a un processo, dimostra di aver fatto la propria parte.
Nasce con il D.Lgs. 231/2001, che ha introdotto una responsabilità dell’azienda distinta da quella della persona che ha materialmente commesso il fatto.
Molte aziende lo adottano, lo archiviano e si ritengono coperte, salvo scoprire nel momento peggiore che un modello mai portato dentro il lavoro quotidiano vale poco.
Vediamo quindi cosa serve affinché il modello regga, quali reati richiedono percorsi mirati e a quali funzioni aziendali vanno rivolti.
1. Modello 231: le condizioni dell’efficacia esimente
Quando un reato viene commesso da chi dirige l’azienda o da chi vi lavora, la società risponde in prima persona con sanzioni pecuniarie e interdittive.
Il decreto lascia però una via d’uscita, chiamata efficacia esimente, che l’azienda percorre soltanto se riesce a provare le seguenti quattro circostanze contemporaneamente.
1. Il modello era stato adottato ed efficacemente attuato
L’azienda deve dimostrare che il modello esisteva prima del fatto e che viveva davvero nei processi, non soltanto nelle pagine che lo descrivono.
2. Esisteva un organismo di vigilanza autonomo
Il controllo sul funzionamento del modello deve essere affidato a un organismo dotato di poteri di iniziativa e indipendente da chi gestisce l’azienda.
3. L’autore ha eluso il modello con una condotta fraudolenta
La difesa regge quando chi ha commesso il reato ha dovuto aggirare deliberatamente i presidi previsti, segno che quei presidi funzionavano.
4. Non c’è stata vigilanza omessa o insufficiente
L’organismo di vigilanza deve aver svolto il proprio compito con continuità e le sue verifiche devono risultare documentate.
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2. Perché la formazione è il perno del Modello 231?
Un insieme di procedure che le persone ignorano non produce alcun effetto sui comportamenti perché nessuno può rispettare regole che non conosce.
Il giudice chiamato a valutare il modello osserva se le persone erano state messe nelle condizioni di riconoscere le situazioni a rischio che incontravano nel proprio lavoro.
La prova di questo passaggio è documentale, e consiste nel dimostrare chi ha seguito quali percorsi, in quale data e con quale esito.
Quando quella prova manca, l’intero impianto cede, perché l’azienda ha adottato il modello senza portarlo a chi doveva applicarlo.
Le sentenze in materia hanno respinto più volte la difesa di aziende dotate di modelli scritti bene, proprio perché la loro diffusione interna era rimasta sulla carta.
La stessa logica vale per l‘aggiornamento: un percorso erogato una volta all’assunzione e mai più ripreso racconta poco sull’attuazione del modello negli anni successivi.
Il Modello 231 è il sistema di regole e controlli con cui un’azienda previene i reati commessi nel proprio interesse e, davanti a un processo, dimostra di aver fatto la propria parte.
3. Modello 231: quali reati richiedono percorsi specifici (e per chi)
L’elenco dei reati presupposto è cresciuto molto dal 2001 e oggi copre ambiti lontanissimi tra loro.
Erogare a tutti lo stesso percorso generico sul decreto lascia scoperto proprio il punto che conta, cioè la conoscenza dei rischi concreti di ciascuna funzione.
Ecco i reati che richiedono dei percorsi di formazione specifici:
- Corruzione
Riguarda chi gestisce i rapporti con la pubblica amministrazione, quindi chi partecipa a gare, richiede autorizzazioni o riceve ispezioni.
I contenuti coprono regali e ospitalità, conflitti di interesse e comportamenti da tenere durante un controllo.
- Riciclaggio e autoriciclaggio
Toccano chi opera su flussi di denaro e rapporti con la clientela, con un peso particolare nel settore finanziario.
- Reati in materia di salute e sicurezza sul lavoro
Coinvolgono chi gestisce il personale operativo, dai preposti ai responsabili di reparto, e si sovrappongono agli adempimenti che trovi nella nostra guida al D.Lgs. 81/08.
- Reati ambientali
Interessano soprattutto le realtà manifatturiere, con temi come la gestione dei rifiuti, gli scarichi idrici e le emissioni in atmosfera affidati a chi presidia impianti e produzione.
Costruire questa griglia richiede lo stesso lavoro di mappatura che serve per l’intera compliance aziendale, e l’organismo di vigilanza è il primo a chiederne conto durante le proprie verifiche.
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4. Syllog Compliance: il Modello 231 ricostruibile anche a distanza di anni
Un’ispezione sulla sicurezza guarda alla situazione di oggi, mentre un processo penale guarda indietro.
Nel 2028 potrebbero chiederti di provare che una determinata persona, nel marzo 2025, aveva completato il percorso sui rischi della propria funzione e su quale versione del modello si era formata.
Ricostruire quel dettaglio anni dopo, tra mail archiviate e fogli firmati in aula, è un esercizio che raramente riesce.
Con Syllog Compliance, la storia cambia.
Ogni percorso resta legato alla versione del modello che lo ha generato, così quando l’azienda rivede una procedura o l’elenco dei reati presupposto si allarga, la nuova versione parte e la precedente rimane consultabile con l’indicazione di chi l’aveva seguita e quando.
L’organismo di vigilanza attinge a questo materiale per le proprie relazioni periodiche, che documentano una vigilanza esercitata davvero e proteggono anche la posizione dei suoi componenti.
Le persone, dal canto loro, ricevono i contenuti che riguardano la funzione in cui lavorano, con gli esempi dei rischi che incontrano concretamente.
L’azienda mantiene così una traccia continua di attuazione del modello, l’unica cosa che a distanza di anni parla in sua difesa.
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